Interviste

Beppe Costa: “I terminalisti genovesi non sono comare. Ma ora basta litigi, è il momento di procedere uniti”

“Essere il presidente dei terminalisti genovesi è un impegno operativo e quotidiano. E’ quasi come essere il presidente di Confindustria”. E’ un sorriso amaro, quello di Beppe Costa, da ieri ritornato alla tolda di comando della sezione Terminal Operators di Confindustria Genova. Il suo mandato è di due anni, rieleggibile per altri due. Durante i quali avrà l’onere di dover guidare la categoria nel pieno della tempesta post-Covid con fatturati che registrano perdite fino al 40% nelle merci o che sono stati completamente azzerati nei passeggeri.

L’imprenditore, presidente e ad di Costa Edutainment che gestisce in Italia 11 strutture tra acquari, parchi tematici, acquatici e musei, è terminalista nel porto di Genova con Saar, la banchina dei depositi costieri di olii minerali. “Tutti scrivono e riportano questa informazione che non è corretta – puntualizza Costa -: perché la Saar sbarca principalmente olii vegetali, e non minerali. Ad esempio, olii di palma e di girasole che sono destinati al mercato alimentare. Un mercato che, a differenza di molti altri, non si è mai fermato. Il nostro principale cliente (Ferrero, ndr) ha lavorato e sta lavorando a pieno regime, a cascata anche il terminal. Si parla tanto di riduzione di canoni concessori proporzionati al calo del fatturato, non è il nostro caso visto che i volumi viaggiano in terreno positivo. Almeno l’attività della Saar è una delle poche che gestisco a non avere dato problemi in questi mesi difficili”.

Beppe Costa aveva già guidato i terminalisti genovesi dal 2009 al 2015, quando aveva passato il testimone a Gilberto Danesi, presidente Psa Italia, che ieri glielo ha restituito. Il primo nodo da sciogliere è quello del caos autostrade: “E’ uno scandalo quanto sta accadendo nella nostra regione, ma penso non ci sia solo un colpevole, cioè il concessionario delle autostrade. Ma colpevole sia anche la politica che, fino ad oggi, non si è presa la responsabilità di decidere che cosa fare dopo il crollo del Ponte Morandi. Senza considerare poi il vulnus della burocrazia che ha generato una serie di concause: dalle ispezioni decise e realizzate in ritardo ai lavori che non partono perché sono ostaggio di leggi, le quali invece di ridurre i tempi di esecuzione purtroppo li allungano e in alcuni casi li interrompono proprio”.

Tra le sue priorità c’è anche quella di riportare il sereno tra i terminalisti genovesi. Impresa non facile considerata la nota litigiosità, o no?

“Non è vero, è un falso storico (ride)”.

Eppure tanti anni fa quando proprio Lei era presidente dei terminalisti genovesi, l’allora numero uno dell’Authority Luigi Merlo vi aveva definito “comare” a mezzo stampa. Ricorda?

“Certo che lo ricordo. Come ricordo anche che mi ero presentato in Comitato portuale, allora si chiamava così, con una maglietta sulla quale c’era scritto ‘sono il presidente delle comare’! La verità è che i terminalisti genovesi sono oggi una ventina, danno lavoro a circa 2000 persone e sono interconnessi con altri terminal operators che non fanno parte della sezione di Confindustria. Il loro peso sull’economia cittadina e regionale è enorme in termini di investimento, valore aggiunto e lavoro. Ricordando oggi la definizione di Merlo, lancio un appello alla categoria: dimostriamo di non essere comare, è il momento di procedere uniti”.

Sul suo nome c’è stata ampia convergenza perché tutti sostengono che “Beppe Costa sia una personalità terza rispetto a tutti i conflitti degli operatori genovesi”. Sente questa responsabilità sulle spalle?

“Innanzitutto, riconosco il mio ruolo di terzietà. E questo mi facilita il compito di mediazione tra i due blocchi presenti all’interno della categoria, PSA e MSC che sono concorrenti. Poi, è anche vero che altri terminalisti, come il sottoscritto che sbarca olii vegetali oppure come il porto Petroli, hanno un peso oggi nel porto di Genova pari a quello di MSC, Messina inclusa. Aggiungo che mi considero un terminalista tout court perché faccio questo lavoro dal 1995-96, peraltro dedicandomi ad un’attività che dura dalla fine degli anni Venti. All’epoca, il terminalismo, come lo conosciamo oggi, non esisteva ancora. In più, a differenza dei terminal operators del segmento container, i quali investono principalmente in gru e mezzi meccanici che sono amovibili, un terminal come il mio investe molto di più a mq solo per il fatto che costruiamo serbatoi che sono un po’ meno amovibili…”.

Altro nervo scoperto è il rapporto con le istituzioni locali. Secondo lei, hanno capito bene quanto vale il porto per la comunità?

“Purtroppo, talvolta lo dimenticano. Ma questo succede anche per colpa dei terminalisti che spesso appaiono all’esterno litigiosi e non si presentano compatti su decisioni che contano. Per questo motivo, più che per la mia terzietà vorrei essere ricordato fra sei mesi o un anno come il presidente che è riuscito ad unire i terminalisti e a trovare la sintesi sulle questioni più urgenti. Solo in questo modo riusciremo a far capire alle istituzioni qual è il nostro peso reale sull’economia cittadina. Al momento, dobbiamo dimostrare di essere compatti su pratiche spinose come quelle che riguardano la ristrutturazione delle infrastrutture portuali oppure la revisione della rete ferroviaria interna e soprattutto esterna allo scalo, parlo del nodo di Sampierdarena”.

E se questo non accadesse? Non sarebbe una novità…

“A quel punto, sarei anche disposto a rinunciare al mio mandato. Sarebbe il mio fallimento, ma di certo anche quello di tutta la categoria. Altra priorità riguarda la necessità di rafforzare il dialogo con i porti di Savona, visto che siamo sotto la stessa AdSP, e di Spezia che è distante 100 km scarsi da Genova”.

E’ un vecchio cavallo di battaglia, ma poi vincono sempre i campanilismi..

“Lo so è incredibile che questo continui ad accadere, probabilmente dipende dal carattere dei liguri. Cercherò di sfatare anche questo luogo comune”.

I nodi al pettine sono anche altri. Partiamo dal primo: trovare una soluzione al bilancio della Culmv. Ogni anno va in scena lo spettacolo poco piacevole di quante risorse concedere alla Compagnia Unica per ripianarne il passivo. Adesso, lei deve trovare l’alchimia giusta per superare lo scoglio. Come intende muoversi?

“Ricordo bene che il primo anno in cui abbiamo cercato di risolvere questo problema è stato quando venne eletto Papa Francesco. All’epoca, i terminalisti erano in Comitato portuale con il presidente Merlo. Facemmo la nottata per trovare la quadra su come finanziare la Compagnia Unica. Ricordo anche che c’eravamo detti che quello sarebbe stato il primo e unico anno in cui avremmo trovato la soluzione in quel modo. Da allora sono passati più di 10 anni, ma purtroppo siamo sempre al punto di partenza”.

Quindi, mi sta dicendo che esiste il rischio concreto di ripetere quel canovaccio?

“Non dico questo, però mi prendo il tempo necessario per guardare le carte della Culmv. Poi, di confrontarmi sia con la Compagnia Unica sia con la AdSP, che peraltro vedrò a breve. Di sicuro, farò di tutto per capire come poter aiutare i portuali perché il nostro scalo ha bisogno della Compagnia, così come la Compagnia ha bisogno di fare quadrare i conti. Quello che ho sempre sostenuto, a maggior ragione in un momento delicato come quello attuale, è che il sostegno ai portuali non deve essere visto come una mancia ma come un contributo utile nei confronti di un’azienda, certamente speciale rispetto alle altre, che ha però ha un conto economico costituito da costi e ricavi. Quindi, anche la Compagnia deve poter camminare con le proprie gambe. Questo naturalmente non preclude dei contributi da parte delle AdSP, anzi. Con il console Benvenuti e altri rappresentanti della Culmv, mi sono sempre trovato bene. Abbiamo sempre discusso per costruire e mai per distruggere. Lo faremo anche nelle prossime settimane”.

Autoproduzione sulle banchine italiane, cosa pensa?

“E’ un tema caldo, a livello nazionale. Preferisco non sbilanciarmi per il momento. Però, posso dire che 11 anni fa, quando iniziai il mio primo mandato alla guida dei terminalisti, avevo come vicepresidente Alessandro Giannini, da una parte, e Ignazio Messina, dall’altra. Due persone con un profilo di altissimo livello che su autoproduzione e Compagnia Unica avevano due punti di vista diversi, però avevano anche una grande capacità: quella di trovare sempre la sintesi, invece di discutere senza arrivare mai ad un compromesso. Ho l’impressione che oggi si passi più tempo a discutere che a trovare la sintesi”.

Secondo nodo al pettine, la fusione Psa-Sech.

“Pensavo che la pratica venisse chiusa ieri, invece…”

Invece la pratica verrà presentata dall’AdSP il 10 luglio al Comitato di Gestione, insieme al parere dell’Avvocatura di Stato che, a quanto pare, propenderebbe per il via libera all’operazione. Qual è il suo punto di vista in merito?

“Dal punto di vista imprenditoriale l’operazione PSA ha una logica: nella legge del mercato, sopravvive chi è più grande. E in questo caso lo è PSA. Nello stesso tempo, sebbene non abbia visionato le carte, è giusto rimarcare che la stessa MSC, contraria alla fusione, è oggi presente in Stazioni Marittime, GNV, Calata Bettolo e detiene la minoranza delle Rinfuse. Certo si tratta di traffici diversi, ma comunque le operazioni compiute in questi anni dalla società di Aponte sono tutte dettate da una logica di mercato. Detto questo: se l’AdSP deliberasse contro l’operazione, a quel punto metteremmo una pietra sopra alla fusione. Se invece deliberasse a favore, significherebbe che l’ente ha in mano elementi legali per prendere una decisione di quel tipo. Sono molto rispettoso delle decisioni degli enti pubblici, in questo caso dell’Authority che è preposta e pagata per intervenire in modo responsabile.

Quindi, se il Comitato di Gestione dell’AdSP decidesse per il sì alla fusione, sbaglierebbe MSC a fare ricorso?

“E’ legittimo che MSC lo faccia se ritenesse che i suoi interessi verrebbero lesi, però è evidente che una decisione di questo tipo si porterebbe dietro tempistiche legali lunghe e malumori di cui tutti, io per primo, ne vorremmo fare veramente a meno”.