Editoriale del Direttore

Corto circuito istituzionale nei porti

Con la direttiva governativa sulle misure di coordinamento delle politiche del mare, si sancisce la confusione di ruoli fra il ministero di Musumeci e quello di Salvini

Mentre il cluster portuale nazionale è alle prese con un rinnovo del contratto di lavoro molto complicato e con una modifica della struttura dirigenziale del Mit, è stata pubblicata nei giorni scorsi sulla Gazzetta Ufficiale la Direttiva governativa sulle misure di coordinamento delle politiche del mare. Una direttiva attuativa del Piano del Mare predisposto dal Cipom (Comitato interministeriale per le politiche del mare). Fin qui potrebbe sembrare tutto normale, ma analizzandola bene e contestualizzandola, la stessa sta assumendo sempre più i connotati di un corto circuito istituzionale. In pratica la direttiva della premier Giorgia Meloni mira a ricostruire i passaggi istituzionali, organizzativi e politici legati alla predisposizione del Piano del Mare di Nello Musumeci, indicando le procedure di coordinamento che le diverse amministrazioni dello Stato sono tenute a seguire per dar seguito alle 16 linee direttrici del Piano stesso, tra le quali figurano i porti.
Ciascun ministero, per la propria competenza, è infatti tenuto a comunicare preventivamente al Cipom gli obiettivi che intende perseguire nelle materie interessate dalle linee direttrici e a comunicare preventivamente allo stesso Comitato gli schemi di disegni di legge da sottoporre al Consiglio dei ministri, nelle materie interessate dalle linee direttrici del Piano, al fine dell’espressione, da parte dello stesso, di un parere non vincolante. Se nelle intenzioni del governo la costituzione del Cipom e la creazione del Piano del mare servivano per armonizzare e coordinare le politiche dei vari dicasteri sulla Blu Economy, in sostanza si sta delineando una sorta di commissariamento da parte del Cipom dei vari ministeri. Compreso il ministero dei Trasporti retto da Matteo Salvini che, in autonomia, dovrebbe istituzionalmente essere deputato alle politiche portuali.
In più, cosa mai digerita dal cluster portuale, sia da parte sindacale che datoriale, tra i “saggi” del Comitato, non figura alcun loro rappresentante, neanche Assoporti. In pratica, nel famoso Piano del Mare, sono state tracciate e redatte le linee guida e le priorità della portualità dai rappresentanti degli armatori, loro sì presenti, mentre, a parte le audizioni, sono stati esclusi nella redazione e nelle decisioni coloro che operano nei porti: i rappresentanti delle oltre 250 imprese portuali e degli oltre 15.000 lavoratori degli scali e delle Autorità di Sistema portuale.
Un corto circuito istituzionale, appunto, che potrebbe portare ad un totale disorientamento del settore. A differenza, invece, di tutto ciò che a gran voce chiede il cluster portuale: semplificazione di competenze e mantenimento del mercato regolato nei porti. Quello che più preoccupa del Piano del Mare presentato da Musumeci non è solo nei contenuti, quanto nell’assoluta confusione che sembra regnare all’interno del governo, con un ministro dei Trasporti che sembra più impegnato nelle lotte interne alla maggioranza che non ai temi centrali del dicastero che rappresenta e un ministro del Mare che presenta un piano nonostante la già annunciata volontà da parte del Mit di rivedere e aggiornare la riforma dei porti. A tutto questo si aggiunge la discussione aperta sulla governance delle Adsp, che punta a modificarne la natura giuridica aprendo a un sistema pubblico-privato, che potrebbe far venir meno la necessaria terzietà. Questo determinerebbe squilibri nell’ambito della concorrenza e dello sviluppo dei traffici, favorendo grandi gruppi privati per lo più stranieri e pregiudicando l’autonomia dello Stato con conseguenze dirette sullo sviluppo armonico dei porti e sul piano occupazionale. Con il rischio di danneggiare enormemente un settore cruciale per l’economia del nostro Paese come quello della portualità.