Porti

Fise Uniport: “Con i porti è in gioco l’interesse generale del Paese” / L’intervento

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Federico Barbera, presidente Fise Uniport /

Roma – Chi fermerà la musica? L’aria diventa elettrica! L’uomo non si addomestica! Così cantavano i Pooh all’inizio degli anni ’80. E oggi a distanza più o meno di 40 anni si torna a chiederci nel mondo del terminalismo e del lavoro portuale, Chi fermerà la musica dell’autoproduzione senza regole? Questa nefanda evenienza è stata prospettata, senza neppure tanta vergogna, da alcuni armatori, che già in passato avevano tentato, a suon di blitz e colpi di mano di annullare norme di legge.

Le norme che consentono un’autoproduzione logica e coerente con l’intero “corpus” della legge 84/94, però, ressero l’urto a inizio anni ‘90 grazie all’aiuto del buon senso della politica (sic) e della società civile della prima Repubblica (sic) e furono, poi, confermate dai politici della nascente seconda Repubblica che ebbero il pregio di aver imparato “il mestiere” da chi li aveva preceduti e di aver “perso” un’ora la settimana per studiare Educazione Civica a scuola, da giovinetti.

Autoproduzione e senso civico? Che c’entrano con i porti? Vediamo: i porti italiani sono stati, tutti, costruiti con i soldi dei cittadini italiani e sono, ovviamente, proprietà dello Stato che si assunse poi il diritto/dovere di gestirli in nome di un solo interesse: quello “generale”. Di per sé l’interesse generale (da adesso, per brevità IG) è di difficile spiegazione esauriente, ma sicuramente riguarda le ricadute sociali per il territorio, ritorno in tasse e oneri di concessione da ridistribuire laddove ve ne sia bisogno e denaro circolante derivante dalla occupazione, diretta e indiretta, impegnata in attività portuali.

Non possiamo, allora, aver costruito porti con i nostri soldi per poi consentire che in essi anche una sola attività e perfino un solo segmento di attività, possa essere svolto da chi non fa parte di questo progetto; da chi sostituisce  lavoratori italiani assunti in regola con le leggi vigenti in ossequio al mandato ricevuto  dal comune mandante, il famoso IG, con lavoratori estranei all’interesse nazionale italiano e magari con contratti di lavoro fantasiosi pur legittimati da un “laissez faire internazionale” del mercantilismo più sfrenato e dalla ricerca dei massimi risparmi e della massima redditività.

Ora in nome di una fraintesa libera impresa (l’autoproduzione lede gravemente la corretta concorrenza) o di chissà di che altro diavolo invocato, si pretende che gli equipaggi sui traghetti svolgano le attività tecnico nautiche (il rizzaggio dei rotabili) di spettanza dei nostri lavoratori dei porti, per legge.

Ovviamente il pericolo non è poi solo quello: si dovrà temere anche l’inevitabile conseguente diffusione di analoga pretesa anche su altri segmenti di lavoro. Tale situazione andrebbe ad ulteriormente indebolire i già deboli terminalisti art. 18 ex l. 84/94 che andrebbero a perdere come minimo i ricavi oltre al lavoro stesso se eseguito con proprio personale, con gli art. 16 che dovessero avere il lavoro in appalto. Con questo si evidenzia anche il doppio danno per cui alla perdita di lavoro, di ricavi, di ritorno dagli investimenti fatti con soldi pubblici, si andrebbe ad aggiungere un danno sociale della perdita di posti di lavoro dei già pochi così detti occupati nei porti. Se avessimo al comando del Paese Persone che “minimamente” avessero compreso il problema ed il lavoro che sono chiamati a svolgere nell’interesse del popolo italiano, si sarebbe data la risposta già dai primi approcci: tali pretese sono semplicemente “irricevibili”.

Come si può immaginare di poter cercare di innescare meccanismi di perdita di posti di lavoro, tra l’altro nell’interesse di pochi, in un paese che non sapendo più dove andare a sbattere la testa, si inventa prima 400 esperti e poi gli Stati Generali per produrre posti di lavoro? Se nessuno di questi “sapienti” avesse spiegato ai vari ministri (in)competenti, come stavano veramente le cose, come sembrerebbe, forse il Presidente Conte avrebbe rivalutato l’opportunità di rivolgersi al Parlamento, invece che privarlo della propria funzione.

E forse, per quanto sconsolato possa essere, avrebbe potuto almeno riportare nel momento decisionale la fotografia autentica della situazione dei territori e dei loro porti. Ad oggi sembra, invece, che i soli sindacati abbiano capito la gravità della situazione ed abbiano conseguentemente proclamato uno sciopero generale per la metà di luglio. Fise Uniport, non ha mai condiviso uno sciopero in presenza di interlocutori della controparte con i quali continuare a trattare, ma questa volta, proprio in assenza di una controparte trattante (ahinoi, l’Italia) ritiene che la protesta dei Lavoratori sia giusta e condivisibile, per di più in difesa di un principio sacrosanto di prevalenza dell’interesse generale, sugli interessi particolari di pochi.

Non avrebbero dovuto essere stati costretti, i lavoratori, a farlo, perché in un Paese normale sarebbe dovuti intervenire direttamente, i suoi 400 esperti, oppur i vari ministri, o i viceministri, o i sottosegretari, o compagnia cantando. Ci auguriamo, almeno, che, malgrado la messa in mora da parte degli armatori, lo Stato non abbia sospeso o sconsigliato, l’obbligo di controllo e di verifica del carico al momento dell’arrivo dei traghetti in porto da parte da chi di competenza.

Perché la legge c’è e deve essere assolutamente rispettata da tutti. Comunque. Insomma: tra il protezionismo ed il “tafazzismo”, Fise Uniport non ha dubbi a scegliere il primo nell’Interesse Generale e delle proprie imprese.

*Federico Barbera, presidente Fise Uniport