Interviste

Giachino (Saimare): “Il Recovery Fund può essere il nostro secondo Piano Marshall”

“Caro Presidente Conte, ho visto la Sua lettera a Confetra e mi permetto di inviarle alcune considerazioni utili in vista della redazione del Recovery Plan che l’Italia deve presentare in Europa…”. Mino Giachino, presidente di Saimare, colosso italiano delle spedizioni, politico di lungo corso di Forza Italia, ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi e voce autorevole del mondo della logistica, usa toni concilianti per esternare le sue riflessioni al primo ministro. “Avrei potuto essere più pungente, ma ho preferito essere propositivo”, premette.

Nella sua lunga missiva, Giachino elenca le inefficienze del sistema logistico italiano, puntando l’indice sul tempo perso negli ultimi dieci anni dal nostro Paese, cioè da quando – lui dice – “il suo Piano nazionale della logistica è stato approvato dalla Consulta nazionale dei trasporti, che ho avuto l’onore di presiedere”. “Piano che il governo Monti ha messo in un cassetto e da lì non è più uscito”, denuncia. Il costo di quelle inefficienze, fa notare il presidente di Saimare, “era di 30 miliardi dieci anni fa, oggi sono diventati 70 miliardi di euro”. Una cifra monstre che Confetra ha messo a nudo nella sua ultima assemblea pubblica, Agorà 2020, che ha avuto il merito, secondo Giachino, di rimettere al centro del sistema-Paese “il ruolo della logistica e dei trasporti come volano per rilanciare il nostro Paese verso il secondo boom economico”.

È vero che la pandemia ha colpito tutti, è vero che tutti gli stati dell’eurozona avranno il segno meno, osserva l’ex sottosegretario, ma è anche vero che “l’Italia era già fanalino di coda in termini di crescita prima del Covid-19, anche per colpa di politiche miopi su trasporti e infrastrutture, alimentate dall’ostruzionismo dei No TAV”. Oggi, però, le condizioni sociali sono cambiate: “Un’indagine di Pagnoncelli dice che quasi il 70% degli italiani sono a favore delle grandi opere. La svolta c’è stata con le mobilitazioni pro-TAV, cavalcate dalle madamin ma organizzate dal sottoscritto: modestamente, faccio notare che la proposta della prima manifestazione è stata firmata da me perché sono sempre stato un sostenitore di quell’opera”.

Giachino è convinto, ma non è il solo ovviamente, che con i soldi del Recovery Fund oggi abbiamo un’occasione storica: “Potrebbe essere il nostro secondo Piano Marshall e sarebbe l’ultima occasione per rigenerare un Paese ormai in declino. Con quel Piano, ogni dollaro investito ne produsse 6. Fatti due conti: se moltiplichiamo i 209 miliardi di euro del Recovery Fund per 6, il risultato sarebbe di oltre 1200 miliardi di euro, cioè 80 punti di PIL”. Per la TAV, ad esempio, i numeri della Bocconi di Milano non sono poi così distanti perché quell’opera genera un moltiplicatore di 4: “Questo significa che i miliardi in arrivo dall’Europa potrebbero generare oltre 800 miliardi di PIL”. Per riuscirci, Giachino rilancia il modello Genova: “Quel metodo ha dimostrato che le grandi infrastrutture possono essere realizzate in tempi veloci, perché non utilizzarlo di nuovo?”.

Ancora una volta, l’ex sottosegretario fa parlare i numeri, quelli di Banca d’Italia, per mettere a nudo quanto pesano oggi le inefficienze dei trasporti sul conto economico del nostro Paese: “In questi ultimi dieci anni, l’Italia, oltre a diminuire gli investimenti pubblici, purtroppo non ha fatto passi in avanti nella efficienza della logistica. La nostra bilancia dei pagamenti nei trasporti è sempre negativa di 5-6 miliardi di euro, 800.000 containers diretti verso la Pianura Padana scelgono di arrivare nei porti di Anversa e Rotterdam e questo ci costa almeno altri 6 miliardi di mancato PIL. Un vulnus per un Paese come il nostro che genera il 35% della sua ricchezza con le esportazioni”. Per dare la giusta dimensione al problema, Giachino porta in dote altri dati: “Da uno studio realizzato recentemente su 500 aziende italiane esportatrici, si evince che la vendita franco fabbrica è aumentata dal 60 al 73% nell’ultimo decennio”.

Tradotto: significa che l’intero trasporto, organizzato dallo spedizioniere estero nominato dal compratore straniero, sottrae il controllo dell’intero processo logistico agli operatori italiani, con inevitabili conseguenze per il sistema economico nazionale, in termini di perdita di potenziale fatturato per le imprese e di entrate per l’Erario. Nel caso di una spedizione “Ex works”, cioè franco fabbrica, l’azienda logistica italiana perde il ruolo di “direttore d’orchestra” per assumere quello di “musicista”, dovendo operare secondo modalità, tempi e condizioni economiche definite all’estero. Non è un caso, denuncia Giachino, che la bilancia italiana dei noli calcolata dalla Banca d’Italia sia “costantemente e pesantemente” in deficit: “L’Italia, infatti, compra più servizi di trasporto da operatori esteri di quanto gli operatori italiani riescano a venderne oltralpe”.

In sostanza, il suo ragionamento è questo: “Il futuro del nostro Paese passa dall’export, perché la globalizzazione del commercio esploderà nei prossimi anni con il contributo dei paesi in via di sviluppo. In questa partita, l’Italia potrà giocare un ruolo da protagonista solo grazie alle infrastrutture e la logistica, cioè agli investimenti su Reti Ten-T e porti. Le prime ci consentiranno di collegarci su rotaia con l’Eurasia, una macro-area che vale quasi 3 miliardi di abitanti e il 40% del PIL mondiale. I secondi saranno invece i punti di passaggio nel Mediterraneo tra Europa, Africa, Medio ed Estremo Oriente”.

A patto, conclude Giachino, che il nostro Paese riesca a mettere mano alla riforma Derlio, al momento “incompiuta”: “Riforma che ha sicuramente potenziato il ruolo delle Autorità portuali, ma che dopo 4 anni non è intervenuta sull’articolo 20 della norma in questione, la più importante peraltro perché avrebbe dovuto istituire lo Sportello Unico dei controlli delle merci nei porti. Con il risultato che da noi i tempi di verifica sono superiori di 4 volte a quelli dei nostri concorrenti europei”. Una criticità, ravvisa Giachino, che “nemmeno il recente Decreto Semplificazioni ha affrontato”. “Per questo motivo, ho concluso la mia lettera a Conte, facendogli notare che i trasporti e la logistica sono forse il sistema più complesso in un mercato libero e aperto. Un sistema che necessita di grande conoscenza del settore e della adeguata competenza. A Conte, ho ricordato infine una massima di Benedetto Croce, il quale diceva che un politico onesto è quello competente”.