Logistica

Il risveglio dell’Africa e la grande partita delle infrastrutture

Roma – Mentre il mondo occidentale e quello asiatico restano stretti in una morsa di incertezza causata dalla pandemia Covid-19, e l’Italia, in particolare, chiusa in un gretto provincialismo continua a stigmatizzarla negativamente, l’Africa tra mille contraddizioni e problemi emergenziali, tra cui siccità e debito pubblico, continua la sua inesorabile marcia verso l’autoaffermazione.

Mentre è pervasa da un processo di espansione demografica, nei secoli passati soffocato dal feroce colonialismo occidentale, che entro il 2050 le farà raddoppiare la sua popolazione a 2,5 miliardi di persone, i 54 Stati in cui è suddivisa, spesso scrigni di enormi risorse naturali, si concertano per sviluppare scambi commerciali, industrializzazione verde e sostenibile, pace e benessere.  Al centro degli accordi spiccano le pianificazioni infrastrutturali guidate con cultura e visione logistica, che stanno generando un diffuso fermento economico e geopolitico di nuove centralità strategiche, che coinvolgono in modo diretto il Mediterraneo, sebbene silentemente, per l’attrazione mediatica di altre aree, come ad esempio quella artica, che a causa del drammatico scioglimento dei ghiacciai, offre nuove rotte ai traffici marittimi.

Non così tuttavia, per l’ammiraglio comandante delle Forze navali in Europa e Africa degli Stati Uniti, Jamie Foggo, che in un recente discorso ufficiale dalla base di Napoli, ha definito l’Africa un continente di grande importanza, con un potenziale di manodopera che supererà nel 2020 quella della Cina e nel 2035 quella dell’India, che tuttavia il mondo sta rischiosamente ignorando. Secondo Foggo, gli Usa hanno bisogno di mantenere e costruire relazioni dal Nord Africa al Capo di Buona Speranza, aumentandone nel tempo la fiducia, anche rivalutando, tra le altre cose, la strategia marittima della Nato, soprattutto alla luce della ripresa della Russia e delle attività della Cina, osservando che con gli alleati e i partner Nato “in questa era di grande competizione di potere non c’è davvero concorrenza che non possiamo superare”.

Ed a conferma dei pensieri geopolitici di Foggo, recentemente è stata diffusa la notizia del completamento in Algeria del segmento autostradale di attraversamento delle gole di Chiffa lungo 7 km, che con un complesso sistema di viadotti e gallerie finalmente ha bypassato l’enorme collo di bottiglia formato dalle strade tortuose di montagna dell’area, da sempre ostacoli per le comunicazioni e i traffici tra nord e sud del paese, e tra il paese e le regioni continentali subsahariane. Iniziata nel 2013, la tratta è stata realizzata da China State Construction Engineering Corporation (CSCEC), da anni attiva in Algeria nel settore delle grandi opere, in joint con la Sapta, gruppo pubblico algerino di costruzioni, e la Engoa, società algerina specializzata in grandi strutture. Con la sua consegna, a fine agosto l’autostrada algerina Biijda-Medea sarà completamente aperta, avvicinando le due città alla capitale, collegando direttamente al Mediterraneo persone, attività ed economie, ma soprattutto dando ulteriore spinta al completamento del grande progetto autostradale Trans-Sahariano di 4.500 km, di cui è parte integrante, che da Lagos (Nigeria) sul Golfo di Guinea sfocia ad Algeri sul Mediterraneo. Partito negli anni ’60 del secolo scorso, nonostante le molte vicissitudini di varia natura che ne hanno rallentato la realizzazione, negli ultimi anni il progetto Trans Sahariano sta visibilmente accelerando, coordinato dal Comitato di verifica sullo stato di avanzamento dei lavori TRLC (Trans-Sahara Road Liaison Committee), costituito sin dal 1966 dai 6 paesi coinvolti nel progetto: Algeria, Niger Nigeria, Tunisia, Mali, Ciad.

Composta di una arteria principale che attraversa Algeria, Niger e Nigeria con snodi diretti dalla Tunisia, Mali e Ciad, la Trans Sahariana, già asfaltata per l’80%, una volta ultimata formerà una rete di strade intercontinentali a scorrimento veloce tra Africa Occidentale, Centrale e Nordafrica, che collegherà in modo diretto 37 regioni, 74 centri urbani e 60 milioni di persone. Un volano per l’economia e le merci, che, ad esempio, dal nord subsahariano (Mali e Niger) potranno imbarcarsi nei porti del Mediterraneo anziché in quelli del Golfo della Guinea, abbattendo costi e guadagnando ben 11 giorni sul transit time.

Al momento, mentre l’Algeria ha ancora 200 km di strada da asfaltare verso il Mali, la Nigeria e la Tunisi a invece già hanno completato le loro tratte stradali finanziandole con risorse proprie, mentre il Mali, il Niger e il Ciad hanno fatto ricorso a finanziamenti istituzionali internazionali. Il Niger sta completando l’autostrada di 225 km che collega l’importante quanto contestato centro minerario di uranio di Arlit con Assamaka, un centro desertico verso il confine con l’Algeria, snodo dei flussi migratori verso la Libia, i cui lavori, eseguiti da Etpbh Gt, società algerina di ingegneria civile, e da Gepco, società nigerina di costruzioni, dovrebbero concludersi entro fine anno.

Al capo opposto della Trans Sahariana, in Nigeria, il ministro federale dei Lavori e dell’Edilizia, Babatunde Fashola, ha recentemente reso pubblico che entro 3 anni saranno completate le tratte nigeriane che collegano la capitale Abuja ad Algeri, come da contratto di costruzione sottoscritto con la China Harbor Engineering Company Ldt (CHEC) e finanziato per il 15% da governo nigeriano e per l’85% dalla Export Import Bank of China. il progetto si collegherà anche con la strada costiera dell’Africa occidentale della Costa d’Avorio e ad est con il Camerun, attraverso Calabar, città portuale nigeriana capoluogo dello Stato di Cross River. Il governo federale nigeriano ha inoltre istituito un fondo speciale di ristrutturazione della Trans Sahariana, che è anche una delle 3 autostrade intercontinentali (Lagos-Dakar via Benin, Lagos-Mombasa via Camerun, Lagos-Algeri) che attraversano il paese, delle 9 attualmente in corso di realizzazione in Africa.

Nel grande “cantiere” Africa le iniziative sono molte, ma tra tutte spicca per portata logistica ed importanza storica l’AfCFTA (African Continental Free Trade Agreement), un Trattato nato nel 2018 dalla pancia dell’Agenda 2063 – l’Africa che vogliamo, agenda varata nel 2013 dall’Unione Africana per la crescita e lo sviluppo sostenibile del continente. Il trattato firmato da tutti i paesi africani eccetto l’Eritrea, è divenuto operativo con la ratifica di 28 paesi e sta lavorando per la creazione di un’unica enorme area di libero scambio tra i paesi membri, con cui sviluppare gli scambi commerciali intra-africani, attualmente appena al 17%, e rafforzare la posizione dell’Africa sui mercati globali, per veicolare crescita inclusiva, pace e sicurezza, abbattimento dei confini ereditati dal colonialismo e piena integrazione.

Al fine di dare ossigeno al Trattato, in collaborazione con l’iniziativa AfroChampions per gli investimenti pubblico-privati promossa dalla società di consulenza e ricerca Konfidants, l’Unione Africana ha compiuto l’anno scorso un ulteriore passo, lanciando il Trillion Dollar Investment Framework, un meccanismo con orizzonte 2030 che accelera, attraverso il coinvolgimento di istituti di sviluppo e di credito, banche e fondi, il finanziamento delle opere infrastrutturali e dei progetti certificati transfrontalieri ricadenti nel quadro di riferimento AfCFTA.

Giovanna Visco