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Il virus non ferma il commercio di armi

Napoli – Nonostante l’emergenza pandemia, il commercio globale delle armi militari, che viaggia su camion, treni, navi e aerei resiste, così come proseguono i conflitti di varia intensità, sordi all’appello del cessate il fuoco lanciato dall’Onu. Come registra l’Acled, ci sono conflitti in almeno 150 paesi, e nel 2019 quelli convenzionali in Afghanistan, Yemen, Siria e Ucraina hanno dominato la scena, con il 61% degli eventi violenti mondiali.

Così, le produzioni di armamento destinate agli eserciti continuano, traendo dalla crisi Covid 19 nuove motivazioni, come il caso del Canada, chegiustificandola con lo sviluppo di nuovi posti di lavoro, sta revocando la sospensione, in vigore dall’assassinio di Jamal Khastoggi, di esportare armi militari in Arabia Saudita, 1° importatore mondiale con crescita 130% negli ultimi 5 anni, per rinegoziare un contratto di veicoli corazzati leggeri del valore di circa $10 miliardi.

Il governo delle Filippine, invece, lacerato da rivolte interne e in controversia territoriale marittima con la Cina, acquisterà sistemi di intercettazione aerea (valore $90 milioni) dalla nipponica Mitsubishi Electric, grazie al ridimensionamento del divieto di esportazione di armi deciso dal Giappone nel 2014.

Il 2° importatore mondiale di armamenti militari, l’India, nonostante stia affrontando il Covid-19 con pochi mezzi e blocco parziale di Internet nello Jammu e Kashimir (dove da tempo è in corso un conflitto interno), ha deciso di procedere all’acquisto 16.479 mitragliatrici leggere israeliane del valore di $116 milioni. Da quando Narendra Modi e Benjamin Netanyhu hanno legami stretti, l’India ha fagocitato il 46% dell’export israeliano di armi e dispositivi militari, che ha un traffico in crescita del 77%. Tale avanzata ha ristretto il campo commerciale della Russia, 2° esportatore mondiale, sceso in India di 16 punti, a quota 56%, che comunque la attesta primo fornitore del governo indiano. Nel 2019, la Russia ha incassato dalla vendita di armamenti militari oltre $15 miliardi, ed ha un portafoglio ordini che supera $53 miliardi.

Ma anche l’industria militare USA, 1° esportatore mondiale con traffici in 96 Paesi, sta guardando al mercato indiano, del valore stimato di oltre $6 miliardi per il biennio 2019-20. Trump, che appoggia l’espansionismo del settore, ha annunciato al Congresso un accordo di fornitura armi all’India del valore di $3 miliardi, mentre circa un anno fa, dopo l’Arms Export Control Act che gli ha consentito di scavalcare il Congresso, ha autorizzato la vendita di bombe di precisione e componentistica alla Arabia Saudita, che acquista dagli Usa oltre il 70% dei suoi ordini, e agli Emirati Arabi Uniti, 8° importatore mondiale, del valore complessivo $8 miliardi.

L’India di Modi, avendo ormai abbandonato la sua tradizionale politica pacifista, è in conflitto con il Pakistan – principale cliente della Cina, 5° esportatore mondiale con traffici in 51 paesi – che nel 2019 ha sfiorato una vera e propria guerra, destando timori internazionali per le armi nucleari di entrambi i paesi. Il governo indiano, a sua volta, sta lavorando per posizionarsi tra i principali esportatori di armamenti militari, ed è balzato al 19° posto nella classifica Sipri grazie all’aumento del 700% delle vendite; per il prossimo quinquennio l’India ha pianificato $5 miliardi di vendite, attraverso l’istituzione di un ente di promozione verso i paesi target e di un comitato per le aperture di credito agli importatori.

Nel Mediterraneo, Aselsan, principale appaltatore per la difesa della Turchia, che ha venduto 3.000 sistemi militari telecomandati da remoto a 20 paesi diversi, ha recentemente siglato un ulteriore accordo di vendita con un paese Nato, mentre l’Egitto, 3° importatore mondiale, ha caricato 40 container di armi e munizioni diretti al porto di Tobruk per le forze libiche di Khalifa Haftar. Egitto ed Emirati Arabi,entrambi coinvolti nei conflitti di Libia e Yemen, si riforniscono soprattutto dagli USA, ma hanno accordi anche con Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Spagna, Sudafrica, Svezia e Turchia. Insieme alla Giordania, in trattativa con l’Italia per un contratto di acquisto di oltre €8 miliardi, figurano in cima alla lista dei paesi fornitori di armi di Haftar.

Dai dati Sipri negli ultimi 5 anni anche le vendite europee di armi militari sono in forte ascesa. In Francia, 3° esportatore mondiale, segnano + 72%, con clienti principali Egitto, Qatar e India; mentre la Germania, 4° esportatore mondiale, in crescita del 17%, ha registrato circa €8 miliardi di vendite record nel 2019, di cui oltre 1 miliardo all’alleanza contro lo Yemen, e nel I trimestre 2020 ulteriori autorizzazioni all’esportazione per circa €1,2 miliardi. Nel Regno Unito, il cui export è cresciuto circa 4%, nel 2019 nonostante la corte di appello congelava le vendite potenzialmente utilizzabili contro lo Yemen, il principale produttore britannico di armi, BAE Systems, ricavava oltre $3 miliardi dalle vendite ai sauditi di armi e servizi collegati. Negli ultimi 5 anni la Gran Bretagna ha coperto il 13% degli acquisti sauditi di armi, del valore di circa $19 miliardi. Anche le vendite di Spagna e Italia sono cresciute, rispettivamente del 3 e del 2%.

Intanto, la Corea del Sud, grazie a un +143% di vendite all’estero, ha fatto il suo ingresso tra i primi 10 esportatori della classifica Sipri, che mostra la corsa del chi vende di più, alimentata dal mantenimento dei conflitti, in particolare nel Medioriente, che ha aumentato gli acquisti di armi da altri paesi di oltre 60%.

Giovanna Visco