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La Russia, le sanzioni occidentali e la credibilità dell’Europa / Analisi

L’occasione per parlarne è stato il webinar “International Trade Talks” promosso da Arcom Formazione

Genova – “L’Occidente sta attuando un suicidio energetico”. Una frase lapidaria, quella espressa da Vladimir Putin lo scorso martedì, durante un incontro con le imprese petrolifere russe.

Mosca fa quadrato contro le sanzioni occidentali, arrivate ormai al sesto pacchetto nei confronti di enti, aziende e persone fisiche riconducibili alle attività del Cremlino. Ma a differenza dei precedenti pacchetti sanzionatori, cosa dobbiamo aspettarci da queste nuove decisioni di Bruxelles?

«È in corso un negoziato molto serio, quasi violento, dove entrano in gioco interessi nazionali importanti», dice Marco Padovan, a capo dello studio legale milanese che porta il suo nome, specializzato in sanzioni economiche internazionali.

«Quel che è sicuro è che non è bene che due settimane dopo l’annuncio della Von der Leyen al Parlamento del sesto pacchetto, questo sia ancora di là da venire. Ne va della credibilità del sistema decisionale unionale, anche se si sta facendo di tutto per stendere un velo pietoso. Alla fin fine più ci avviciniamo a sacrifici veri, quasi esistenziali, più le resistenze degli Stati Membri diventano importanti. In quanti saranno disposti a morire per Kiev?».

L’occasione per parlarne è il webinar “International Trade Talks” promosso da Arcom Formazione, a cui partecipa anche Sara Armella, fondatrice di uno dei più rinomati studi legali fiscali italiani. «Mentre i precedenti regolamenti hanno avuto delle rapide dinamiche di approvazione all’unanimità tra i Paesi membri, in questo caso, visto le pesanti conseguenze che provocherebbe la sospensione dell’importazione del petrolio russo, sono molti gli Stati e le imprese che hanno sollevato perplessità», riflette Armella.

Secondo le ricerche dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) i commerci bilaterali delle principali economie europee con la Russia hanno subito una brusca frenata. Confrontando gli scambi dopo l’introduzione di sanzioni con quelle del 2014, vediamo un -37% per la Francia, -24% per Italia e Germania, -21% per il Regno Unito).

Le sanzioni stanno piegando le entrate di Mosca o rischiamo di impantanare l’economia europea senza scalfire la potenza russa? «Il PIL della Russia è in gran parte costituito dalla vendita di gas e del petrolio ai Paesi europei e, viste le difficoltà economiche che la Federazione Russa sta già affrontando, è difficile pensare che questa operi un blocco a tutte le forniture in via unilaterale», afferma ancora Armella, che chiosa: «La speranza è che questa situazione faccia riflettere tutti gli europei sulla questione dell’autonomia energetica, nell’augurio che possa essere una giusta spinta verso l’adozione di tecnologie maggiormente green». Ma la sfida tra le parti non riguarda solo la regione europea, visto che molti altri attori sono sulla scena. Dagli Stati Uniti all’India, dall’Iran alla Cina. «L’Europa non è sostituibile in molti campi da economie ancora dietro a noi come quella cinese e quella indiana», sottolinea Padovan. «Le sanzioni un po’ di male lo fanno ai russi, oltre che a noi stessi. Non abbastanza da avere un regime change, temo, ma abbastanza da essere usate come un gettone al tavolo delle trattative per la pace, che verrà sicuramente».

Quali sono allora le differenze sostanziali rispetto alle sanzioni introdotte sempre nei confronti della Russia nel 2014, a seguito dell’annessione della Crimea? «La differenza rispetto al 2014 è l’ampiezza delle sanzioni, nella comprensività delle stesse», conferma Padovan.

«Non tanto le sanzioni di per sè, quanto il clima di sfiducia reciproca, la tensione quasi bellica che si è instaurata tra UE e Russia, tra USA e Occidente e Russia sta scavando quei fossati che creeranno un modo meno globalizzato e, come ho detto, policentrico. Le imprese penso dovrebbero cominciare ad attrezzarsi».

Siamo davanti alla fine della globalizzazione così come la conosciamo? «Più che di fine della globalizzazione, possiamo prevedere l’inizio di una nuova supply chain suddivisa per aree di influenza geopolitiche, con una nuova frontiera tra Oriente e Occidente», afferma Sara Armella, che fra le attività dello studio vanta una lunga esperienza in diritto doganale e fiscalità internazionale. «Le imprese occidentali che negli anni hanno utilizzato l’off-shoring, delocalizzando interi cicli produttivi verso il far east, ora riportano in Europa o in Paesi “amici” la produzione. Lo scenario è incerto, ma stiamo assistendo a un forte cambio di paradigma».