Logistica

L’idrovia E-40 unisce i mari ma allontana la sicurezza ecoambientale dall’Europa

Non si ferma la determinazione di Polonia, Bielorussia e Ucraina nel procedere nella realizzazione del megaprogetto idroviario internazionale E-40, del valore di oltre 13 miliardi di euro. L’idrovia collegherà i fiumi Vistola (nella foto), Bug, Pina, Pripyat e Dnepr in un unico corso d’acqua di circa 2.350 km, mettendo in relazione diretta Mar Baltico e Mar Nero. Il progetto, che si origina da un’idea del 1996 in ambito della Commissione economica per l’Europa dell’ONU (UNECE), fa parte del trattato multilaterale “Accordo europeo sulle grandi idrovie di importanza nazionale” (AGN) di Ginevra, a cui l’Ucraina ha aderito nel 2009, ed è stato inserito successivamente nei negoziati bilaterali ucraino-bielorussi tra il 2017 e il 2018. 

Ma lo studio di fattibilità del 2015 della mega idrovia, secondo il WWF, World Wildlife Fund, è incompleto sotto il profilo ambientale, né sono state adeguatamente esplorate alternative di collegamento tra i due mari, né tantomeno promosse consultazioni pubbliche. 

Una strategia logistica interregionale

I tre paesi puntano sull’acqua per dare impulso ad una strategia logistica interregionale: la Polonia, soprattutto per l’ambizione di mettersi al passo competitivo dei paesi UE occidentali, e la Bielorussia e l’Ucraina soprattutto per sviluppare l’economia interna. 

Il tale ottica, la realizzazione dell’idrovia internazionale E-40 offre numerose implicazioni ed opzioni di collegamento futuro con altri corridoi d’acqua regionali e transcontinentali. Tra questi, l’integrazione, di interesse polacco, con la E-70, sorta di ponte di 28 livelli diversi d’acqua regolati da chiuse lungo tutto il percorso che da Rotterdam passa per Berlino e arriva fino alla regione russa di Kaliningrad, e quella con la rotta internazionale trans-euroasiatica e  trans-caspica, di cui l’Ucraina è parte dal 2015, che coinvolge il porto marittimo ucraino di Kherson sul delta del Dnepr, capolinea sul Mar Nero della E-40. 

A Kherson già si procede per la creazione infrastrutturale di un vero e proprio hub logistico fluviale, e si sta lavorando per dotarlo di una flotta moderna, che comprenda piccole navi rompighiaccio per poter navigare tutto l’anno. È prevista anche la costruzione di un porto a secco e di un impianto per la granulazione di fertilizzanti, per i traffici tra Ucraina, Europa e Medio Oriente. 

Le previsioni dicono che entro il 2030 i flussi di merci via Kherson raggiungeranno 24 milioni di tonnellate, mentre il grande esportatore granario ucraino Nibulon, intenderebbe investire nel porto per aumentare a 10 milioni di tonnellate i volumi con la Bielorussia.

In prospettiva, l’arteria E-40 potrebbe costituire anche un’alternativa commerciale in direzione Mar Nero all’idrovia internazionale del Danubio, avendo un transit time inferiore di 2-4 giorni alla velocità media di 10-20km/h dei mercantili fluviali.

Infine, attraverso la Polonia, potrebbe essere integrata ai programmi della Three Seas Iniziative – 3SI, avvicinando ulteriormente Ucraina e Bielorussia alla politica europea di partenariato orientale.

Non sono tutte rose e fiori

Ma non sono tutte rose e fiori: la realizzazione della rotta di navigazione interna E-40 richiede l’ampliamento e l’approfondimento ad almeno 2,5 metri dei fiumi coinvolti, e la costruzione o il potenziamento di dighe e meandri, per consentire lungo tutta la sua estensione, il passaggio di imbarcazioni di almeno 80 metri, scompigliando i sistemi idrologici di vastissime regioni.

Nel 2019 Ucraina e Bielorussia hanno iniziato le operazioni di dragaggio dei loro fiumi, mentre la Polonia, dove si concentrano la maggior parte dei costi, ha avviato i lavori di costruzione del canale di 1.300 metri che taglia il Vistula Spit o Baltic Spit. Questa opera, che dovrebbe completarsi entro il 2022, è fortemente sponsorizzata dal Presidente polacco Andrzej Duda e dal primo ministro Mateusz Marawiecki, nonostante forti opposizioni, interne, europee e russe. 

Il motivo principale delle proteste non è di poco conto, visto è il Vistula Spit è patrimonio naturalistico europeo e fa parte di Natura 2000, che è lo strumento principale Ue per la conservazione delle biodiversità. È formato da un nastro di sabbia boscoso che sbarra il mare aperto baltico dalla costa, dando origine alla laguna del fiume Vistola, di larghezza variabile tra 300 metri e 9km e di lunghezza 65 km, di cui 35 km a nord della enclave russa di Kaliningrad (dove termina la E-70), e i restanti 30 km a sud alla Polonia. L’unico accesso naturale al mare si trova nel suo punto più settentrionale, lo stretto di Baltiysk, base militare russa. Il governo polacco sostiene che la realizzazione del canale, finanziata dallo Stato con 450 milioni di euro, è necessaria all’indipendenza del paese dal controllo russo, e allo sviluppo della città di Eblag, prossima a ricevere un finanziamento Ue 2021-2027 di 36 milioni di euro per lavori di adeguamento del porto. Ma ai più non sfugge il fatto che l’opera sfocia nel golfo di Gdanisk, a poche miglia dal porto di Danzica (in polacco Gdanisk), che è parte integrante del megaprogetto E-40, l’arteria che dal porto di Danzica arriva in quello ucraino di Kherson, sul Mar Nero. Intanto, il porto di Danzica sta migliorando le sue capacità infrastrutturali, con il contributo del Fondo di coesione UE. Attualmente il traffico commerciale fluviale polacco rappresenta solo l’1% di quello complessivo, per lo più di rinfuse come sabbia, carbone e ghiaia, ma la Polonia con l’E-40 conta di cambiarne lo scenario logistico introducendovi il trasporto container.

Le proteste 

L’opposizione politica del paese e molti gruppi di cittadini e di ambientalisti da tempo manifestano e raccolgono firme contro la realizzazione del canale, puntualmente ignorati dal Governo polacco, che ritiene le proprie ragioni più importanti del fatto che la laguna sia uno degli ambienti naturali più incontaminati d’Europa. Il delicatissimo equilibrio lagunare non è in grado di assorbire l’impatto dell’aumento di salinità dell’acqua apportato dal collegamento con il mare, compromettendone irreversibilmente il sistema delle biodiversità. Nonostante la valutazione ufficiale dell’impatto ambientale non sia stata ancora pubblicata dalla Direzione generale per la protezione ambientale (GDOS) polacca, il Governo e l’amministrazione regionale nel 2019 hanno appaltato ad un consorzio di tre società i lavori di realizzazione del canale ed autorizzato e realizzato l’abbattimento di 25 ettari di alberi, lo 0.5% della area forestale del Vistula Spit, senza neanche aspettare la decisione finale della Commissione europea.  

La Russia

Anche la Federazione Russa, che già nel 2018 aveva chiesto all’Ue di avviare un’inchiesta sulle possibili conseguenze ambientali del nuovo canale, sta sostenendo diverse campagne di protesta in Europa. Considera la nuova apertura marittima sul Vistula Spit una minaccia alla sicurezza della baia di Kaliningrad, in quanto funzionale al passaggio diretto delle navi militari Nato nelle acque lagunari, finora interdette. Ma tra le sue preoccupazioni c’è anche il pericolo concorrenziale che l’E-40 rappresenta per lo sviluppo della rotta Don-Volga, riducendone l’importanza, tanto più che  Putin sta lanciando importanti progetti di rinascita del trasporto idroviario russo, che stanno muovendo  investimenti complessivi che raggiungeranno 3,6 miliardi di dollari entro il 2035.

La Polesia

Ma la realizzazione dell’E-40 comporta anche altri pericoli ambientali, al punto da determinare la Polonia a commissionare un secondo studio di fattibilità, attualmente in corso, per valutare un percorso migliore, pur continuando i lavori sul Vistola inerenti la diga di Siarzewo, una delle 13-15 dighe che dovranno essere costruite sul fiume per il compimento dell’arteria d’acqua internazionale. 

In Bielorussia il contestato presidente Ajaksandr Lukashenko sostiene che la navigazione fluviale sul Dnepr e sul Pryp’jat’ sia fondamentale per lo sviluppo logistico del paese. Nel 2019 nella prospettiva dell’idrovia internazionale E-40, il Governo bielorusso ha firmato e finanziato con 20 milioni di dollari un accordo con Beltopenergo, società petrolifera e petrolchimica basata a Minskper la costruzione di un porto sul fiume Dnepr, nella regione di Gomel vicino al confine ucraino. L’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2019 è stato di oltre 5 miliardi di dollari, che ha ampie prospettive di crescita con il potenziamento e lo sviluppo della logistica, che la politica ritiene debba passare per la navigazione fluviale. Anche la Polonia è uno dei maggiori partner della Bielorussia con interscambio annuale di circa 3 miliardi di dollari, contribuendo al graduale avvicinamento del paese alla UE con la riduzione della sua dipendenza economica dalla Russia. 

Il fiume Prypjat, affluente del Dnepr che nasce in Ucraina, attraversa la Bielorussia e ritorna in Ucraina, è parte integrante del progetto E 40, ma è anche uno dei fiumi più incontaminati del continente. Attraversa la Polesia, soprannominata l’Amazzonia d’Europa, vastissima regione situata tra Polonia, Bielorussia, Ucraina e Russia. Gli interventi previsti sia nella parte bielorussa quanto ucraina del fiume, di allargamento e di approfondimento del corso d’acqua, e di stabilizzazione del livello dell’acqua attraverso la costruzione di un sistema di dighe, impatteranno con inondazioni e siccità su tutto il sistema del più grande polmone naturalistico europeo, compromettendone le biodiversità animali e vegetali. Ma non è tutto.

Chernobyl

A luglio 2020, il dragaggio del Pryp’jat’ è iniziato in 7 punti, 5 dei quali a soli 10 km dalla centrale nucleare esplosa nel 1986 di Chernobyl, nonostante l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – AIEAraccomandi di lasciare indisturbata la sua zona di esclusione, per non riportare in superficie il deflusso nucleare. La gara per l’escavo di 100.000 metri cubi di sedimenti del fiume è stata vinta dalla Sobi, società ucraina di dragaggio, che ha iniziato i lavori senza una valutazione di impatto ambientale. Il dragaggio per l’approfondimento del fiume, a cui seguiranno a cadenza regolare annuale quelli manutentivi, esporranno a rischio contaminazione radioattiva il fiume Pryp’jat’ e il lago artificiale di Kiev, pregiudicando l’approvvigionamento idrico di 8 milioni di persone, e l’acqua di irrigazione e l’utilizzo dei suoli agricoli, da cui dipendono altri 20 milioni di ucraini.

La riforma ucraina sulle vie d’acqua interne

Intanto, il 24 aprile scorso il Parlamento ucraino ha approvato in prima lettura il disegno di legge di riforma del trasporto fluviale e sulle acque interne, che dà ampio spazio alla realizzazione del progetto E-40, attribuendogli lo sviluppo immediato di 7 milioni di tonnellate di volumi trasportati annualmente su e giù per il fiume Dnepr. Una volta superato l’iter legislativo, la riforma che recependo le regole di 6 direttive UE, rende finanziabili le opere, liberalizzerà l’intero settore, aprendolo alle società estere, agli investimenti privati nei porti fluviali e alla libera navigazione anche di navi militari di altri paesi. Oltre a semplificazioni, libero passaggio nelle chiuse fluviali ed esenzione parziale dei diritti portuali, la riforma istituisce anche un fondo statale per lo sviluppo delle vie navigabili interne ricavato da imposte energetiche, e consente l’utilizzo di parte delle tasse portuali.  Secondo il Ministro ucraino Vladyslav Krykily, la riforma consentirà di uniformarsi alle infrastrutture UE, di sostenere la ripresa economica ed occupazionale della cantieristica, e di procedere alla realizzazione del progetto E-40, che consentirà il trasporto di petrolio e derivati, fertilizzanti, legno, grano, metalli e altri carichi commerciali europei, asiatici ed africani. Per questa idrovia ha già completato i lavori su 6 chiuse del valore di oltre 900.000 dollari, che potrebbe essere integrata con i corridoi ferroviari e stradali. 

L’obiettivo ucraino è traguardare almeno 30 milioni di tonnellate all’anno di trasportato sulle vie d’acqua interne, scaricando traffico dalla strada e riducendo i costi di riparazione stradale che si prevedono superiori ai 37milioni di dollari nei prossimi 4 anni. Secondo alcuni calcoli, il pieno utilizzo trasportistico del fiume Dnepr porterebbe ad un risparmio dei costi logistici di circa 50 milioni di dollari in 5 anni. 

Intanto, la vice ministra ucraina delle infrastrutture, Oleksandra Klitina, ha fatto sapere che sia la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) che la BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) sarebbero interessate a finanziare le infrastrutture fluviali collegate al progetto E-40, mentre alcune società olandesi sarebbero pronte a partecipare alle relative gare di appalto, che necessiterebbero di un investimento complessivo di oltre 100 milioni di euro.