Interviste Logistica Porti

“Shipping, Forwarding & Logistics meet Industry”, Russo (Confetra): “L’edizione più interessante di sempre”

MilanoSi è conclusa la V Edizione di “Shipping &Logistics meet Industry“, l’appuntamento annuale dedicato all’incontro tra il mondo della logistica, delle spedizioni, dei trasporti e il mondo dell’economia produttiva italiana. L’evento – promosso da un comitato composto da ConfetraALSEA e International Propellers Club – ha visto la partecipazione di oltre 4000 operatori nel corso della tre giorni (8-10 marzo). ShipMag ha intervistato Ivano Russo, direttore generale di Confetra, per tracciare un bilancio della manifestazione.

Qual è il giudizio a caldo?

“Assolutamente positivo. Nonostante l’edizione da remoto che, francamente, toglie tanto al confronto ed alle relazioni anche sociali che attorno a questo evento storicamente erano andate consolidandosi. Ma dal punto di vista dei contenuti, è stata forse l’edizione più interessante di sempre. Ringrazio gli organizzatori, gli altri co-promotori, i tanti relatori che hanno accettato il nostro invito, gli oltre mille uditori che si sono collegati nel corso della tre giorni”.

Ivano Russo, dg di Confetra

Stiamo ai contenuti: sta decollando il dialogo tra industria produttrice di beni e industria logistica?

“Direi di si. Tra il webinar di presentazione dell’appuntamento e la “tre giorni” di dibattito, abbiamo avuto numerosi esponenti di spicco del mondo produttivo: Nestlè, Bacardi, Iveco, il Gruppo Carpisa Yamamay, Mapei, Adler, Panasonic, solo per citarne alcuni. Abbiamo voluto coinvolgere anche l’API, Farmindustria, Federchimica, Sistema Moda Italia. Il vicepresidente nazionale di Confindustria, Mazzuca, ha voluto aprire i lavori insieme al presidente Nicolini, a Betty Schiavoni, a Riccardo Fuochi. Tra l’altro il tutto a valle della scelta congiunta di poche settimane fa, Confetra – Confindustria, di avanzare un proprio candidato unitario, Floriano Botta, poi eletto vicepresidente del CNEL. Il tema mi pare ormai maturo e presente nella nostra agenda economica: senza una nuova relazione strategica e virtuosa tra produzione e logistica, il Paese perde competitività”.

Perché?

“Perché nella competizione globale, che si gioca certo sulla qualità dei prodotti ma anche sulla gestione dei dati e sul time to transfer di informazioni e merci, sarebbe preistorico immaginare che il genius loci italico si possa fermare al cancello della fabbrica, e poi accada ciò che accada. Non governare la logistica significa regalare ad imprese straniere 65 miliardi di euro di fatturato l’anno, significa non essere più padroni del destino del proprio prodotto, significa non poter assumere scelte ambientalmente sostenibili in materia di trasporto, spedizione e distribuzione.  Inoltre, una logistica debole e dalla gittata asfittica, non consente al Paese di presidiare concretamente i propri interessi economici nello scacchiere globale del commercio internazionale. Ed alla lunga questa “mutilazione” economico industriale incide negativamente anche sulla capacità di penetrazione delle nostre produzioni. Basterebbe ricordare che circa il 70% del nostro import / export avviene in un raggio di 2 mila chilometri. Praticamente il nostro ecosistema logistico e di penetrazione commerciale è due volte la distanza tra Milano e Catania. In un mondo globalizzato, questo aspetto ha un nome e un cognome: marginalità e subalternità geoeconomica”.

Molti sono tornati su questo aspetto, durante le varie sessioni che si sono succedute…

Si, e siamo molto soddisfatti per altre due ragioni. La prima, il pool di competenze e talenti che ha dato un contributo decisivo alle nostre riflessioni. Prestigiosi centri del sapere come Limes, Promos, SRM, e personalità scientifiche della fama di Ennio Cascetta e Sergio Bologna, per citarne due. E la seconda ragione è la partecipazione sentita, con interventi affatto formali, delle Istituzioni. Ringrazio Minenna e l’Agenzia delle Dogane, Catalano della STM MIMS, il Presidente dell’ICE Ferro, il Presidente di RAM D’Agostino, il Presidente di Assoporti Rossi, i tanti parlamentari nazionali ed europei che sono intervenuti. Questa partita riguarda l’Italia, non Confetra, e se non si lavora insieme e con la stessa maglietta – imprese, saperi, istituzioni –  la sfida, già molto compromessa, è persa in partenza.  

Perché dice “già compromessa”?

Perché per troppo tempo non abbiamo affrontato un discorso di verità su questi temi. I porti italiani sono spesso fisicamente sconnessi dalle reti, dai corridoi e dai distretti produttivi non per un destino cinico e baro, ma perché sono i porti storici della borghesia mercantile mediterranea, dove la ricchezza derivava dallo smercio, dalle intermediazioni e dalle gabelle. I porti del nord Europa si sono invece sviluppati a supporto della Rivoluzione Industriale come anello della catena del valore unitaria logistica – produzione manifatturiera – distribuzione.  Questo gap è stato un po’ colmato tra gli anni Settanta e Novanta grazie all’industria di Stato a ridosso o dentro i porti. Ma con il suo declino, a partire dalla metà degli Anni Novanta, i nostri porti, dal punto di vista logistico, hanno subito rinculato alla vecchia funzione prevalentemente commerciale. Anche la nostra orografia non aiuta: isolati dall’Europa dalle Alpi, tagliati in due dagli Appennini, per 2/3 territorio sismico, e con grandi problemi di continuità territoriale. Si pensi all’impatto di tutto ciò sul mancato sviluppo del traffico ferroviario merci, ad esempio. Per non parlare dell’arretratezza delle nostre infostrutture: nel Secolo della Logistica 4.0 e della Seconda Guerra Fredda tra USA e Cina scoppiata sul controllo dei dati e dei flussi attraverso le reti 5G, noi abbiamo livelli di connettività digitale trai più arretrati d’Europa. Queste tre considerazioni già mi parrebbero tombali

Perché, c’è anche dell’altro?

C’è quello che ha detto Sergio Bologna in una delle Tavole Rotonde. Siamo stati ossessionati per 30 anni dal tema infrastrutturale, come se poi una volta realizzate “le piste” i transiti di volumi portassero automaticamente ricchezza. Mentre sono una diseconomia per un territorio, se gestiti senza una forte logistica industriale nazionale a fare da pivot generando ricchezza sul territorio. Ma agli inizi degli anni Novanta, mentre le poste tedesche ed olandesi mettevano in campo DHL e TnT, noi evidentemente pensavamo ad altro. E pensavamo ad altro evidentemente anche nel settore terminal portuali, Shipping Line contenitori, cargo aereo, cargo ferroviario, logistica di magazzino. Tanto che arriviamo ad oggi: unico Paese del G8 a non avere un solo campione nazionale, in nessun settore della supply chain logistica, che abbia una vocazione, una rete ed una potenza di fuoco globale paragonabili ai vari big player multinazionali stranieri. Il nanismo dimensionale è tanto problema delle imprese produttrici di beni, quanto di quelle produttrici di servizi: ciò vale per la logistica come per la grande distribuzione, per il turismo o per l’ICT.

E quindi? Che fare?

Occorre fare di necessità virtù. Occorre reinventare, come dice Zeno D’Agostino, un Made in Italy della Logistica che sappia trasformare i nostri elementi di debolezza in potenziali elementi di forza. Ma occorre creatività, reattività, coesione tra logistica, ricerca e manifattura, rapidità nelle scelte, innovazione, un contesto favorevole dal punto di vista normativo e regolatorio, una rete di intelligenti partnership internazionali commerciali ed industriali. Occorre una visione nuova, termini nuovi, idee nuove. Il Green New Deal ed il Next Generation EU sono due Programmi che possono aiutarci a rifondare la competitività del Sistema Paese. Abbiamo tante idee e proposte che stiamo sottoponendo al nuovo Governo. Ma già condividere il quadro, l’analisi, sarebbe uno straordinario passo avanti. Purtroppo, il dibattito pubblico sulla logistica in Italia, al netto di qualche autorevole eccezione, è stato caratterizzato troppo spesso da nanismo, in questo caso intellettuale, e da una esasperata frammentazione di microinteressi – spesso corporativi e tra loro pure conflittuali – che hanno minato alle fondamenta reputation ed autorevolezza del settore.  Tra l’altro in un Paese già di suo disattento, per usare un eufemismo, al tema. La pandemia ed il lockdown hanno reso visibile a tutti l’indispensabilità della logistica. E’ una base sulla quale ricostruire una narrazione su di noi, la nostra funzione, il nostro profilo produttivo. Noi ci crediamo, e proveremo sempre a dare un contributo in tal senso”.