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Tunisia, la porta internazionale del Nord Africa

Meno di 12 milioni di abitanti, oltre 1.300 km di costa, terre fertili e 40% di territorio desertico incuneato tra Algeria e Libia, la Tunisia è la porta geopolitica strategica per il processo di liberalizzazione fra le sponde del Mediterraneo e per gli equilibri internazionali.

Da decenni sede di progetti infrastrutturali intercontinentali di enorme portata, tra gli altri ospita il Trans Mediterranean Pipeline – Transmed, il gasdotto Enrico Mattei di oltre 2.200 km, che dal 1983 rifornisce l’Italia di gas algerino, concorrendo alla sicurezza energetica nazionale. Da Hassi R’Mel, in pieno deserto algerino, che ha il più grande giacimento africano di gas, il Transmed entra in Tunisia fino alla punta di Capo Bon, a El Haouaria, da cui si inabissa nel Canale di Sicilia fino a Mazara del Vallo, diretto a Minerbio (Bologna), nel centro di stoccaggio Stogit del colosso italiano Snam. 

A Biserta (nella foto), invece, si posiziona lo snodo sottomarino di fibre ottiche Usa-Europa-Medio Oriente-Asia, che ha tra i principali operatori il colosso italiano Telecom Italia Sparkle, del gruppo TIM. Una infrastruttura sensibile, all’attenzione politica di molti paesi, tra cui la Francia, che protegge la posizione dominante di Marsiglia, fra i primi 10 hub internet internazionali, nodo di atterraggio sottomarino di cavi di telecomunicazione intercontinentale di 43 paesi e 4,5 miliardi di utenti. Liberato nel 1963, dopo 7 anni dall’indipendenza dalla Francia con uno scontro tra i due eserciti ricordato in Tunisia con la Festa della Liberazione, Il porto polifunzionale di Biserta si affaccia sulla rotta commerciale Suez-Gibilterra, accarezzato dalla Cina, che ha avanzato proposte di sviluppo di terza generazione, e dagli Stati Uniti, che vorrebbero gemellarlo con Baltimora.

E ancora in acque tunisine, sta operando Terna, altro colosso italiano, primo gestore europeo indipendente di rete elettrica, di cui Cassa Depositi e Prestiti è azionista di maggioranza relativa attraverso CDP Reti, partecipata a sua volta per il 35% da State Grid Corporation of China. Affiancata dalla diplomazia italo/euro/tunisina e in cooperazione industriale con Steg, gestore della rete elettrica del paese, Terna sta conducendo il progetto Elmed, infrastruttura sottomarina Italia-Tunisia di corrente continua da 600 MW per la rete euro-mediterranea bidirezionale con il Nord Africa. Dopo varie battute d’arresto, Elmed sarà completato entro il 2027, con un investimento di circa euro 600 mln, di cui 300 finanziati dalla UE e 300 da Terna e Steg, e sul lungo periodo porterà la Tunisia a diventare esportatrice di energia elettrica da fonti rinnovabili in Africa.

Nonostante la sua debole economia interna, il paese è dunque un baricentro strategico di politica internazionale, inserito in una fitta rete di relazioni. Alla Tunisia fa capo l’accordo di libero scambio di beni industriali con l’Unione Europea ALECA/DCFTA; è membro della Lega Araba; fa parte dell’UMA (Unione del Maghreb Arabo), sede dell’accordo di Agadir tra Tunisia, Marocco, Egitto e Giordania per la libera circolazione di beni industriali; dal 2014 è “nel programma di partnership individuale e di cooperazione” con la Nato; dal 2018 è membro del Mercato comune dell’Africa Orientale e Meridionale COMESA. Recentemente ha partecipato al 10° Forum di cooperazione Cina-Stati Arabi e si è candidata ad ospitarne l’11° edizione.

Tra i paesi nordafricani politicamente più influenti, motore della Primavera araba con la Rivoluzione dei Gelsomini (anni 2010-2011), che ha avviato un inedito processo interno di transizione democratica di diritti civili e riforme pur tra contraddizioni e radicalizzazioni, la Tunisia ora è alle prese con la pandemia, che ha esasperato il suo stato economico e sociale specie delle aree interne, già di per sé critico anche per i riverberi della crisi libica, che hanno fatto tracollare gli scambi tra i due paesi.

Inflazione al 7,5%, debito pubblico di oltre 80% del PIL, disoccupazione al 18% con picchi al Sud di oltre 30% sono i segnali di una emergenza che va governata e debellata, a partire dai danni della pandemia, che ha colpito uno dei principali motori dell’economia tunisina: il turismo, che è circa il 10% di PIL ed è fonte primaria di valuta estera. Rispetto al 2019, nei primi 8 mesi 2020 gli ingressi turistici in Tunisia sono crollati del 61%, segnando una perdita di oltre il 50% degli introiti del settore, che era in fase di ripresa e sviluppo dopo i colpi subiti, anche in termini di investimento, nel 2012, quando Hilary Clinton chiuse l’ambasciata Usa di Tunisi con divieto generale di viaggio per l’attentato all’ambasciatore in Libia, e nel 2015, per lo stato di emergenza proclamato dopo gli eccidi jihadisti nel Museo del  Bardo di Tunisi e in un resort di Sousse.

La crisi sta impennando la dipendenza del paese dagli aiuti esteri, che intanto ha chiesto ai creditori di ritardare i rimborsi del debito, mentre la Banca Mondiale ha già annunciato un pacchetto di sostegno internazionale alla Tunisia di 700 milioni di dollari, coordinato con gli aiuti della Unione Europea. Prestiti quasi sempre subordinati alle riforme, come il programma finanziario del Fondo Monetario Internazionale conclusosi qualche mese fa, con contropartita la riduzione del deficit e della spesa pubblica, erosa principalmente dalle assunzioni statali usate per mantenere la pace sociale, come conferma persino il 95% del budget 2020 per l’istruzione, destinato alle buste paga.

Tale politica ha avuto effetti disastrosi nel settore minerario dei fosfati, operato dalla  società statale la CPG – Compagnie des Phosphates de Gafsa, che gestisce 8 miniere a cielo aperto e 11 impianti di lavaggio delle rocce di fosfato con ben 30.000 dipendenti, e sulla produzione di fertilizzanti e prodotti a base di fosfato dominata dalla società statale GCT – Groupe Chimique Tunisien, che ha gonfiato l’occupazione di 3 volte rispetto a quella del 2010, e dalla TIF – Tunisian Indian Fertilizers, joint tra CPG (35%) GCT (35%), India Coromandel International (15%) e Gujarat State  Fertilizers and Chemicals (15%) che gestisce nei pressi del porto specializzato di Skhira un impianto di produzione di acido fosforico, esportato tutto in India, principale mercato di sbocco del fosfato tunisino.

Il rigonfiamento occupazionale ha eroso la competitività dei fosfati tunisini sui mercati globali, che registrano anche bassa produzione e fermo degli investimenti per manutenzioni e sviluppo, a causa di occupazioni permanenti delle tracce ferroviarie dei siti produttivi/porti e degli ingressi alle miniere, attuate dal sindacato e dalla popolazione per le emergenze sociali, economiche ed anche ambientali, per il grave inquinamento derivato dalle attività chimiche ed estrattive che genera ulteriore disoccupazione.

Mentre la domanda globale di fosfati e derivati è in continua ascesa e nuovi player come l’Arabia Saudita entrano nel mercato di offerta, pur avendo riserve stimate di circa 900 milioni di tonnellate (mln t), la Tunisia è precipitata dal 5° posto (oltre 8 mln t) dei produttori mondiali 2010. Grazie alla riapertura di alcuni siti, l’anno scorso la produzione era risalita a più di 4 (mln t), ma nei primi 7 mesi 2020 rinnovate proteste per l’acuirsi della crisi da pandemia nel bacino minerario di Gafsa, l’hanno mutilata del 40%, bruciando le previsioni di miglior risultato dal 2011: circa 6 milioni di tonnellate e 350 milioni di dollari di valuta estera.  

Da pochi giorni la guida del governo del Paese, il terzo in meno di un anno, è passato a Hichem Mechichi che ha formato un consiglio di ministri tecnico, dopo le dimissioni di Elyes Fakhfakh travolto dopo 5 mesi dall’insediamento da uno scandalo per conflitto di interesse, sollevato dal partito islamico Ennahda, nato da una costola dei Fratelli Mussulmani.

La priorità ora è creare posti di lavoro reali ed assumeranno grande rilevanza gli investimenti diretti esteri (IDE), facilitati dal nuovo Codice degli Investimenti del 2016, la cui attuazione nel 2018 ha liberalizzato alcuni settori e sforbiciato iter burocratici portando una crescita IDE del 32%., di cui l’Italia è tra i protagonisti con il 40% degli IDE del paese e circa 900 imprese operanti. Fra i possibili nuovi investimenti, la realizzazione del porto hub in acque profonde di Enfidha, un progetto infrastrutturale di ultima generazione per il traffico container, pensato nel 1986.

Con il il bando di gara internazionale sviluppato dallo studio tedesco HCP e lanciato a inizio 2020, si sono fatti avanti 6 consorzi internazionali, 4 francesi, 1 cinese e 1 americano-turco per l’avvio della prima fase del progetto, previsto in partenariato pubblico-privato, con 60% a carico dello stato e 40% capitale privato, che tuttavia il lockdown ha fatto ancora una volta sospendere.

Giovanna Visco