Editoriale del Direttore Porti e Infrastrutture

Una nuova legge sui porti solo se serve a far crescere i traffici

evento shipmag

Dal convegno di Shipmag a Roma l’esigenza di avere un approccio non ideologico. E la richiesta all’Unione Europea di una normativa Ets che non vada a penalizzare lo shipping

Il 28 novembre del 2020 ci lasciava prematuramente Francesco Nerli. Da parlamentare fu il protagonista della riforma della portualità, la legge 84 del 1994. Poi presidente delle Autorità portuali di Civitavecchia e Napoli e di Assoporti. Per il terzo anno consecutivo Shipmag, nel giorno della sua scomparsa e nel suo ricordo, ha organizzato a Roma il convegno “Osservatorio della portualità”. Il grande successo della nostra iniziativa si misura nella presenza dei partecipanti e nella loro qualità.

Abbiamo cercato di contribuire a far compiere un passo in avanti per affermare un nuovo modello di portualità. Visti l’esito e la qualità degli interventi al nostro meeting, crediamo di aver centrato l’obiettivo.
Prima di tutto il tema della riforma della legge portuale. Shipmag in questi mesi e ancora introducendo l’Osservatorio sulla portualità, ha sollevato una questione. La legge 84 del 1994 è basata sulla regolazione dello Stato nella gestione dei porti e delle sue economie che sono private. Oggi, di fronte alla volontà del governo di mettere mano a una nuova riforma sui porti, è fondamentale porsi la domanda: è una legge che aiuterà a far crescere i traffici o no? Un argomento ripreso autorevolmente dal primo armatore italiano, Manuel Grimaldi che a Roma ha rilanciato questo interrogativo. E’ evidente che esiste più di qualche dubbio.

Semmai si dovrebbe trasformare la Conferenza dei presidenti delle Adsp, che già esiste, in un’agenzia, dando a questo strumento più solidità e capacità reale di programmazione e indirizzo nazionale. Ricordiamo che, nonostante tante discussioni, il traffico complessivo dei porti italiani non supera i 12 milioni di container l’anno. Forse, invece di avere un approccio ideologico alla portualità, bisognerebbe affrontare altri argomenti, che non una riforma pasticciata limitata al tema della governance, per recuperare ai nostri scali la cosa più importante: la competitività.

Seconda questione: con l’introduzione dell’Ets andremo incontro a due problemi, che probabilmente qualcuno in Europa sta sottovalutando. Per prima cosa i comportamenti che deriveranno dalla norma saranno peggiori di quelli che si vorrebbero condannare: molta della merce che oggi viaggia via mare, per esempio, tornerà a soffocare le nostre strade. In secondo luogo andremo a penalizzare i porti comunitari a vantaggio di quelli extra Ue, con nessuna ricaduta positiva per l’ambiente. Come ha detto al nostro meeting il presidente del porto di Trieste e dell’associazione dei porti europei (Espo), Zeno D’Agostino, va bene tassare le attività inquinanti, ma l’Europa dovrebbe avere un po’ di coerenza. Ad esempio Bruxelles dovrebbe essere ugualmente rigorosa nell’imporre l’uso del cold ironing nei porti, perché oggi il 60% delle emissioni in banchina arriva dai fumi delle navi. Ma se parlare di defiscalizzazione dell’energia significa andare incontro all’accusa di aiuto di Stato, come si fa a convincere un armatore a spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica a terra? Occorre un ragionamento serio sulla tariffa e sul costo dell’energia: fino a quando non sarà conveniente utilizzare il cold ironing, che in Italia è giustamente finanziato dal Pnrr con più di un miliardo di euro, ogni proposta sarà vanificata dalla sua insostenibilità economica.

Ha ragione Grimaldi: è assai curioso l’atteggiamento dell’Europa che ora pensa di tassare le autostrade del mare dopo averle incentivate. La logica vorrebbe che a essere tassate fossero le modalità di trasporto più inquinanti, come la gomma. Invece si colpisce un settore che a livello globale movimenta il 90% della merce e rilascia emissioni per nemmeno il 2%. È davvero un paradosso, soprattutto perché stiamo parlando del 7% di questo 2%…

Forse il governo italiano dovrebbe trovare argomenti per imporre in Europa un atteggiamento più ragionevole sulla politica di decarbonizzazione, così come ha fatto per l’industria automobilistica.
Il convegno di Shipmag è stato dunque l’occasione per ragionare sulle sfide attuali e del prossimo futuro di tutto il settore marittimo-portuale, andando anche oltre i confini italiani, con un occhio alla situazione attuale: l’economia, la geopolitica e i fattori sociali. Una materia da maneggiare con cura. Soprattutto da parte di chi è chiamato a legiferare e amministrare per il bene di tutti.