L'intervista Shipping e Logistica

Zeno D’Agostino: “Covid-19 e porti, la lezione per Europa e Italia arriva dalla Cina di Xi Jinping” / L’Intervista

L’Europa non ha imparato nulla dalle crisi del passato, soprattutto dall’ultima, la tempesta finanziaria del 2008. Anzi, Bruxelles pensa di affrontare la tragedia del Covid-19 con le stesse ricette di dieci anni fa. Ma se quelle ricette non sono servite per evitare certi errori, com’è possibile che ci riescano oggi?”. Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità portuale di Trieste, vicepresidente dell’associazione europea di categoria (Espo) e docente di Logistica, invoca un cambio di “paradigma economico” alla Commissione europea per affrontare la più grande crisi degli ultimi anni, quella del Coronavirus, perché vede il rischio concreto di un’implosione dell’Unione europea. Sul futuro dei porti italiani, D’Agostino lancia un messaggio al Governo: “Sia il primo ministro in persona a occuparsene, in Cina è Xi Jinping a farlo”.  

     

Zeno D’Agostino

Presidente, quali sono le soluzioni da mettere in campo?

“Partiamo da una premessa: gli ultimi due-tre anni le pagine dei giornali non sono state più dedicate a personaggi del calibro di Jeff Bezos, Jack Ma o Bill Gates, ma sono state monopolizzate dai presidenti di due grandi Stati: Donald Trump e Xi Jinping. E in parte anche da Putin e dalla Brexit. In sostanza, la politica si è ripresa quella scena che prima era occupata da menti geniali che condizionavano gli atteggiamenti dei governi e le loro manovre economiche. Poi, tutto è cambiato. E questo cambiamento c’è stato in Cina e negli Stati Uniti, ma non in Europa. Prendiamo il caso cinese: lì c’è una sorta di dittatura che di fatto ha dimostrato al mondo intero come uno Stato deve governare: perché quel Paese ha una visione ben chiara e definita del futuro, la Via della Seta ne è un esempio lampante. Anche gli Stati Uniti, con il loro atteggiamento anti-cinese, hanno dimostrato di perseguire degli obiettivi. L’Europa, invece, non esprime alcuna visione del domani, ma cerca solo di difendere l’esistente”.

Quindi, il nostro punto di riferimento è la Cina?   

“Non dico questo, ma sollevo un problema evidente: ovvero, l’Europa oggi continua ad essere un’unione di singoli Stati che non esprime una leadership politica forte. Anzi, Bruxelles sembra che faccia di tutto per evitare che il pubblico non entri nel governo dell’economia. Prendiamo il caso Fincantieri che vuole rilevare i cantieri Stx. Chi si trova contro? I concorrenti coreani, no: le stesse autorità di Bruxelles che dovrebbero giocare dalla sua parte”.

Il problema tocca anche le Autorità portuali italiane, che Bruxelles vuole tassare. Perché la Commissione europea sbaglia?

Il vero tema non è se le Authorities devono pagare le tasse oppure no. Dopo un disastro come quello che sta creando il Coronavirus, non si può pensare che sia il mercato a ricreare le condizioni per il futuro dell’Europa. Dobbiamo capire che deve essere rifondato tutto, ma il problema è che non ci sono le condizioni per farlo. Siamo ostaggio di una imponente struttura amministrativa europea, basata su paradigmi economici sbagliati, obsoleti. Grazie a queste regole la cosa più imbarazzante è che la Cina può permettersi di venire in Europa, utilizzare le proprie grandi aziende di Stato per investire nei nostri porti e Bruxelles riconosce quelle stesse aziende come soggetti privati”.

I cinesi hanno capito tutto, l’Europa no?

“Proprio così: Bruxelles bacchetta Fincantieri, ma permette ai cinesi di entrare in Europa e utilizzare strumenti, che poi sono quelli giusti, per giocare un ruolo da protagonista nell’economia globale facendo naturalmente gli interessi dello Stato. Quello che la Commissione europea continua a non capire è che non esiste più la differenza tra economia e geopolitica. Se un’impresa pubblica cinese compra un terminal italiano, la sua è una decisione di politica estera non solo economica, guidata naturalmente dallo Stato”.

A quanto pare, non è solo l’Europa a non averlo capito ma anche l’Italia visto che fino ad oggi il nostro Governo ha inviato a Bruxelles dei funzionari per parlare di tematiche strategiche come quelle dei porti. O no?

“Sono d’accordo. La partita che stiamo giocando in Europa sulla portualità non può essere affrontata da un funzionario, né tanto meno dal ministro dei Trasporti, bensì dal primo ministro in persona. Anche qui dalla Cina ci arriva una lezione: è stato Xi Jinping a parlare della Via della Seta con tutti i governi in giro per il mondo, non il ministro dei Trasporti. Perché, ripeto, quella partita non è solo economica ma fa parte di una strategia politica ben chiara”.

Quindi, è riduttivo dire se le Authorities debbano pagare l’Iva oppure no? Il problema vero è geopolitico?

“Il problema vero è che se lo Stato italiano non può finanziare i suoi porti perché le ADSP sono considerate una normale impresa, vuol dire che consegniamo sia la geopolitica nazionale sia quella continentale in mano a quelle imprese di Stato straniere, totalmente finanziate con soldi pubblici, che possono invece intervenire senza problemi perché sono considerate dall’Europa a tutti gli effetti dei privati. Nel mondo della portualità sono tanti gli esempi di società di questo tipo e non solo cinesi. Se cade la possibilità del Governo italiano di mettere soldi nei propri porti, dal giorno dopo avremo la coda di soggetti stranieri che investiranno da noi. E’ qui che risulta evidente il vero paradosso di Bruxelles: combatto la distorsione competitiva europea creandone una maggiore a livello internazionale a nostro discapito, no comment”.

Mi scusi, qual è la posizione di Assoporti su questa materia delicatissima? Si sente tanto parlare di modello Genova per i porti: la soluzione giusta è il commissario?

Al momento, in Assoporti stiamo elaborando delle ipotesi da portare sul tavolo del ministro De Micheli. Dico solo che il commissario può essere la soluzione giusta solo per alcuni porti, ma non per tutti. Di sicuro, non lo è per Trieste dove non c’è alcun investimento pubblico ma sono tutti esclusivamente privati o con stazione appaltante RFI”.

Allora, secondo lei qual è il modello vincente per i nostri porti? Magari come sostengono in molti quello di ridurre le Autorità portuali? Oppure di individuare 3-4 porti strategici in Italia su cui puntare per avere più forza in Europa e nel mondo?

“Di sicuro, questo non è il mio modello. Il problema non può essere ridotto al numero o all’integrazione delle Autorità portuali. Ripartirei piuttosto dalla riforma Delrio, una buona legge che però deve essere completata verso l’esterno, ovvero devono essere create le condizioni affinché si creino dei veri e propri sistemi logistici integrati tra porti e retroporti. In Friuli-Venezia Giulia, nel nostro piccolo, stiamo portando avanti questo progetto. Parlo di sistemi integrati tra ciò che sta dietro e davanti alle banchine. Anche perché se non lo facciamo noi, lo fa qualcun altro”.

In che senso?

“Se qualche impresa straniera vuole entrare nei nostri porti e non ci riesce, fa prima a comprarsi un interporto. Se invece trova gli interporti integrati all’interno di un’Autorità di sistema portuale, a quel punto diventa anche più forte l’Authority nell’interlocuzione con i soggetti stranieri”.

Di fronte ad una crisi di sistema come quella causata dal Covid-19, tutte le imprese portuali chiedono almeno la sospensione dei canoni concessori. Se non addirittura il loro azzeramento. Secondo lei, queste due soluzioni devono valere per tutti indistintamente?

“La sospensione dei canoni dei concessionari si può fare tranquillamente, perché è una soluzione sostenibile dal punto vista economico. Si può fare di più, annullarli per un certo periodo. Anche se non tutti i terminalisti ne hanno bisogno. Una parte della portualità, ad esempio legata alle attività cargo soffre un po’ meno rispetto ad altri settori che sono al collasso, come quello delle crociere. In quest’ultimo caso non è possibile pensare ad una sospensione ma a qualcosa di più ampio. Ad interventi più importanti. Il tema vero è che la maggior parte delle imprese italiane, non solo quelle portuali, in questo momento hanno zero entrate e costi fissi. Il Governo dovrebbe sollevarle il più possibile dai costi fissi per permettere alle aziende di poter ritornare ad operare subito dopo la crisi. In caso contrario, avremo di sicuro tantissimi fallimenti”.